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Le parole di swahili che cambiano un viaggio
Non serve imparare una lingua. Bastano poche parole, dette nel momento giusto, per passare da turista a ospite.
Redazione Weltweg
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Lo swahili è la lingua franca di buona parte dell’Africa orientale, parlata in Kenya, in Tanzania e ben oltre i loro confini. Negli hotel si parla inglese, ma poche parole bastano a cambiare il tono di un incontro. La pronuncia è semplice: si legge quasi come si scrive, con l’accento sulla penultima sillaba.
Salutare
- Jambo: ciao, il saluto dei turisti. Tra le persone del posto è più comune Habari?, come va?, a cui si risponde Nzuri, bene.
- Karibu: benvenuto. Lo sentirai ovunque, e si risponde Asante, grazie.
- Asante sana: grazie mille.
- Kwaheri: arrivederci.
- Lala salama: dormi bene, buonanotte.
Nel quotidiano
- Ndiyo e hapana: sì e no.
- Tafadhali: per favore.
- Pole: mi dispiace, anche per una piccola disavventura. Pole pole: piano piano, il ritmo con cui funziona quasi tutto.
- Hakuna matata: nessun problema. È un’espressione comune, molto prima di diventare famosa al cinema.
- Bei gani?: quanto costa?
- Maji: acqua.
- Rafiki: amico.
In safari
- Simba: leone.
- Tembo: elefante.
- Twiga: giraffa.
- Chui: leopardo.
- Kiboko: ippopotamo.
- Safari: viaggio, di qualsiasi tipo, non solo quello per vedere gli animali.
E una da riconoscere
Mzungu è il modo in cui vengono spesso chiamati gli stranieri dalla pelle chiara, soprattutto dai bambini. Di solito non ha nulla di offensivo: è una constatazione, a volte un saluto.