Vivono a sud-est degli altopiani di Ngorongoro, attorno al lago Eyasi, in piccoli gruppi di una ventina di persone. Parlano l’hadzane, una lingua con suoni clic che non risulta imparentata con nessun’altra. Non praticano agricoltura, né allevamento, né metallurgia.
Come vivono
Cacciano con arco e frecce, spesso all’alba, e raccolgono bacche, tuberi e miele selvatico. Non accumulano beni e non hanno gerarchie formali: le decisioni si prendono discutendo. Gli accampamenti si spostano seguendo le risorse.
Nella stessa regione vivono i Datoga, allevatori originari del Corno d’Africa, che lavorano il metallo e scambiano punte di freccia con gli Hadzabe in cambio di pelli e miele.
Una visita che va fatta bene, o non fatta
È il punto più delicato. Una battuta di caccia all’alba con loro può essere un’esperienza autentica, oppure una messa in scena a pagamento ripetuta quattro volte al giorno. La differenza sta nel numero di visitatori, nell’orario e in chi incassa.
Noi ci andiamo presto, con gruppi piccoli e attraverso referenti che lavorano con le stesse famiglie da anni. Se non ci sono le condizioni, preferiamo non proporla.
Perché interessa
Rappresentano un modo di stare al mondo che ha preceduto l’agricoltura, e che oggi sopravvive in poche centinaia di persone. La loro terra è progressivamente ridotta da allevamento e coltivazioni. Vederli non è guardare il passato: è guardare una scelta che resiste.